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La grande trekking – GT 6

Domenica 26 maggio sono sulla spiaggia di Marina di Carrara pronto per la Grande Trekking. Una passeggiata di 32 chilometri dal mare fino alla cima del Monte Sagro (1785 m).

Siamo in quattro pseudo sconosciuti ritrovati grazie a contatti comuni e soprattutto grazie al fatto che abbiamo trovato tutti lo stesso passaggio in macchina per tornare a casa.

Ai blocchi partenza, oltre a me, ci sono la Vichinga, 1.80m di donna proprietaria dell’auto che ci riporterà a casa, il barbuto Boscaiolo, un tizio vestito di tutto punto che narra di eroiche gesta di trekking di alto livello e il Karateka che sta zitto nella sua tenuta fosforescente.
Conosco lei che mi presenta gli altri due. Il Boscaiolo devo averlo visto da qualche parte anni fa, ma da sotto quella barba mi sovvengono solo vaghi ricordi. Il Karateka è invece un mio compagno di classe delle elementari, ai tempi era una mezzasega di 30kg che faceva spaccate volanti, si piegava in quattro e lo potevi far stare dentro la valigia. Oggi è un palestrato che mi stringe la mano e mi frattura un metacarpo.

Si parte. La Vichinga non mi ha fatto una buona pubblicità conoscendo la mia inesperienza di montanaro e gli altri due mi guardano con sospetto e mi chiedono continuamente come sto, se ce la faccio, se il passo è quello giusto. Siamo ancora fermi in attesa che la coda della partenza si dipani lungo la spiaggia. Tutto ok, ragazzi, fin qui ce la faccio.

Trascorro i primi chilometri ricordando i vecchi tempi con il Karateka mentre il Boscaiolo prende il largo e la Vichinga ci segue dopo aver sfoderato le sue bacchette da camminata nordica.
Cominciamo a salire, i simpatizzanti della camminata che ci stavano attorno iniziano a sentirsi male, a fermarsi e ad annaspare ai lati della strada. Eroici, noi continuiamo. Il Boscaiolo ormai è un puntino lontano, il suo passo da stambecco è irraggiungibile per noi. Stappo il primo gel energetico, siamo al km 8 di 32. I miei calcoli erano giusti.

La sera prima, infatti, ho studiato il percorso, le salite e gli strappi più impegnativi. Ho stilato una tabella di marcia per l’uso del mio arsenale di doping:
1- dopo la sveglia, proteine in polvere a colazione
2- km 8, primo gel per arrivare giusto giusto al primo rifornimento
3- km 12, secondo gel per lo strappo che porta al secondo rifornimento
4- km 18, sosta al Passo della Gabellaccia e bottiglia di Huel da 400 calorie come pranzo
6- 2 gel da usare per arrivare vivo al km 27 e poi improvvisazione per la scalata della vetta

I miei compagni, invece, non hanno tattica e non si sono portati nemmeno da mangiare. Pagheranno a caro prezzo la loro superficialità.

Ci addentriamo nel bosco, cadaveri di anziani, donne sovrappeso e impiegati imbolsiti sono ammassati ai lati del sentiero e lasciati in pasto ai cinghiali.
Al km 13 il Karateka, visibilmente in affanno mi scruta con aria sofferente. “Non hai il fiatone”
“No, tutto bene”. Sorrido.
Tira un sasso alla Vichinga dietro di noi, lei nemmeno se ne accorge. “Oh, avevi detto che non ce la faceva.”
Lei, senza fiato, risponde con un “Anf”.

Prendo la sfida sul personale, stappo il gel di emergenza e imposto il ritmo. Gli altri due mi seguono. In breve tempo riaffiora dalla selva la barba del Boscaiolo. È in crisi e strascica i piedi fino al km 14, punto di sosta. Con indifferenza si aggrega di nuovo al gruppo, come se non avesse mai cercato la fuga. Lo riaccogliamo a braccia aperte, anche perché nessuno ha forza per farglielo notare.

Raccolgo le forze mentali e cerco un traino per arrivare fino in cima, un gruppo che faccia il passo e che psicologicamente mi faccia da lepre. Alcuni baldi giovani sono quello che ci vuole. Mi accodo e gli altri tre mi seguono.
Il sentiero si fa duro, si scivola, la Vichinga agita a casaccio le sue bacchette da camminata nordica, non riesce a centrare il terreno; il Karateka è precipitato nel silenzio più assoluto e il Boscaiolo è scomparso, questa volta dietro di noi. Iniziano ad affiorare dubbi esistenziali sul perché abbiamo preso parte a questa manifestazione. Il morale è a rischio.

Dopo 2 km cambiamo lepre e prendiamo come riferimento un gruppo di donne atletiche sui 40/45. Bastano 500 metri per cambiare di nuovo e ripiegare su di una famigliola in gita con bambini. Abbiamo trovato il passo giusto anche se forse la comitiva di anziani sarebbe più appropriata. Stringiamo i denti.

Siamo al km 20, ci attendono ancora 7 km prima di affrontare la scalata al Monte Sagro. I miei compagni iniziano con frasi tattiche a scaricare la responsabilità per giustificare il motivo per cui non arriveremo fino in cima.
Il Karateka guarda il cielo. “Secondo me c’è brutto tempo in vetta.”
Il Boscaiolo annuisce serio. “Eh sì, non ci fanno mica salire… è pericoloso.”
La Vichinga si limita a un “Anf”.

Siamo al bivio. O si va fino in cima o si rinuncia e si gira attorno alla montagna verso il piazzale di arrivo dove ci attende un piatto di pasta e della focaccia. Mi giro verso gli altri e chiedo cosa abbiamo intenzione di fare.
Il Boscaiolo finge una telefonata.
Il Karateka ha gli occhi lucidi e mi invita a una rimpatriata con i compagni di classe delle elementari.
La Vichinga ha già riposto le bacchette nello zaino, mi sorpassa ed è già verso la strada del piazzale. Dice solo “Anf”.

Piatto di pasta, focaccia, acqua e commenti verso tutti quelli che nel frattempo sono impegnati nella vetta.
“No, dai, sono pazzi, c’è troppo vento lassù” dice il Boscaiolo serio.
“Abbiamo fatto bene, è pericoloso” gli dà ragione il Karateka.
“Anf” fa la Vichinga.

Ci riposiamo, abbiamo camminato più di 5 ore. Eroici, torniamo alla macchina rubando un passaggio a un furgoncino che passava di lì. Il Boscaiolo conosce il proprietario e lo supplica di aiutarci.

La Vichinga smette di dire “Anf” e riprende coscienza. Quanto basta per guidarci sani e salvi giù per la strada di montagna fino alla spiaggia da cui siamo partiti.

Baci e abbracci, ci rivedremo alla prossima. Oppure a cena, seduti. Comodi.






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