Post, Scrittura

Editoria a pagamento

Noi poveri scribacchini derelitti sogniamo prima o poi di vedere lentamente retribuito il nostro lavoro. Vorremmo tanto che la nostra penna, del peso di pochi grammi, diventasse quello che per i nostri nonni era una vanga da dieci chili: fonte di sostentamento.

Forse sarebbe più corretto dire che noi tutti vorremmo diventare ricchi con quel che scriviamo e sfanculare ferocemente datori di lavoro analfabeti e famigliari indigesti.

Probabilmente a noi tutti piacciono i soldi e li vorremmo fare con le chiappe appoggiate comodamente su di una sedia e pochi grammi di metallo che scorre su un foglio di carta.

È per questo che siamo tutti un po’ boccaloni, appena vediamo la parola “casa editrice” ci bagniamo le mutande nemmeno fossimo delle groupie di Simon Le Bon (a proposito, sono andato a vedere i Duran Duran a Settembre e stavo pensando di diventare gay).

“Casa editrice” fa rima con “sei un grande scrittore e diventerai ricco e famoso e potrai avere più groupie di Simon Le Bon”.
E invece, molto spesso, “casa editrice” fa rima, semplicemente, con “meretrice”.

Esistono, infatti, degli editori che propongono un contratto editoriale in cui l’autore si impegna ad acquistare un certo numero di copie a prezzo di copertina (a volte pure di più…). In sostanza, questa gente ti fa pagare per pubblicarti.
Mi pare che questo non si chiami editore, bensì “tipografia”.

Questi editori a pagamento si nutrono delle nostre speranze e della nostra dabbenaggine per scucirci quanti più denari possibile con la promessa di “partecipazione a fiere”, “librerie in tutta Italia”, “Feltrinelli, Mondadori”, “groupie di Simon Le Bon”. Ecco, forse quest’ultimo punto non lo promettono, però a me lo lasciano intendere e certamente non lo negano.

Insomma, alla fine voi inviate le vostre “sudate carte” e magicamente la risposta è sempre qualcosa che suona come “Ué, sei fantastico! Abbiamo proprio bisogno di un talento come il tuo!” ed è già pronto un contratto editoriale alla cui lettura ci sentiamo delle groupie di Simon Le Bon mentre canta “Ordinary world”.

Proseguite estasiati e senza più il reggiseno (se già non lo avevate, andate a cercarne uno, lo indossate e poi lo lanciate via) nella lettura del contratto e giungete immancabilmente al “modulo d’ordine”, pagina in cui, voi autori, vi assumete l’impegno di acquistare un certo numero di copie.

E mica poche… no, no.

La cifra totale di solito si aggira sui 1000 euro ma c’è anche chi, come le vere escort di lusso, chiede molto di più.

Ricapitolando, il processo di pubblicazione dell’editore a pagamento è questo:

lo scrittore trascorre notti insonni scrivendo, cancellando e strappando. Avrà sì fatto quel che gli piace ma anche a Simon Le Bon piace cantare e provate un po’ a chiedergli di venire a suonare alla vostra festa di compleanno gratis, vediamo cosa vi risponde.

L’editore a pagamento cosa ha fatto? Ha pubblicato i suoi contatti su un sito web e atteso pazientemente.
Anche alle meretrici in attesa sui marciapiedi dei viali prima o poi qualcuno si avvicina incuriosito. E così accade.
L’editore riceve il vostro manoscritto, lo legge “più o meno” giusto per capire che non si tratti del nuovo Mein Kampf o di qualcosa scritto da un laureato “all’università della vita”, ha avviato il contatore di caratteri di word e appurato che si trova di fronte a qualcosa di non troppo lungo né troppo corto.

Gli autori iniziano già a sognare di diventare il vicino di casa ricco di Simon Le Bon, firmano e pagano.

Poi?

Beh, poi l’editore ha già il suo conto economico in attivo: ha stampato X copie e ve ne ha vendute X realizzando il 100% di vendite. Avvia il correttore automatico di word, sostituisce “E’ ” con “È”, pubblica il libro online e aspetta.

Se non succede niente, l’editore ha già guadagnato, se invece, per puro caso, il libro comincia a vendere, lui si lecca i baffi e magari stampa pure qualche copia in più rispetto a quelle che vi ha rifilato (e che ora stanno facendo da zeppa a tutti i tavoli di casa).

Ci sono alternative?
Certo che sì, a patto di non essere degli analfabeti informatici.

Si studia come progettare una storia, si mette in pratica, si fa attenzione nella rilettura e ci si fa aiutare nel correggere refusi (ah, il correttore automatico di word funziona anche sui vostri PC, non serve essere dei professionisti per usarlo).

Si installa GIMP e si crea la propria copertina (2/3 ore di lavoro e si fanno già buone cose riciclando immagini a casaccio) oppure si passa al punto successivo.

Ci si iscrive ad uno dei millemila servizi di auto pubblicazione (ok, si dice self publishing ma l’Accademia della Crusca non ne sarebbe felice) e si procede a caricare il manoscritto corretto e riveduto. Ti fanno persino creare la copertina partendo da immagini base.

Fatevi un sito, una pagina facebook, quello che vi pare e fatevi pubblicità.

Oppure cercatevi una casa editrice NON a pagamento. C’è tanta gente seria, qualcuna un po’ meno, ma sicuramente meglio di queste ridicole tipografie mascherate.

Per concludere, se vi dovesse capitare un’offerta del genere (tipo questa o questa), pensateci, sognate, bagnatevi le mutande e poi chiedetevi: l’imprenditore sono io o sono loro?


Potete cominciare a studiare qualcosa su questi libri.



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