Post, Racconti

La sciabola

Capitolo tratto da “La scatola del tempo”

 

Una sera M. rientrò a casa particolarmente stanco, non vedeva l’ora di farsi una bella dormita per ricaricarsi e tornare il giorno successivo pieno di energia alla sua postazione.

Aprì la porta di casa, le luci erano già spente, tutti dormivano, come sempre quando rientrava dall’ufficio. Regnava il silenzio più assoluto. Fece due passi verso l’interno e nella debole luce proveniente dai lampioni della strada scorse l’ombra di un uomo che usciva dalla cucina.

M. fu preso dal panico, si gettò di lato proprio dietro ad una colonna di marmo. “Non serve a niente” aveva sempre pensato di quell’ ingombrante pezzo d’arredamento che in quel momento gli stava salvando la vita. M. trattenne il fiato, la sagoma divenne più nitida, si muoveva con passo sicuro nella penombra delle luci della strada e si diresse al piano di sopra, nella zona notte. M. si sporse un po’ di più dal suo nascondiglio col cuore in gola, la sua mano sfiorò il freddo marmo e avvertì un brivido. Quella colonna era sempre piaciuta solo a sua moglie. Sua moglie! L’intruso si stava dirigendo verso le camere da letto, avrebbe colto sua moglie e sua figlia nel sonno, totalmente impreparate a difendersi da una rapina. M. recuperò le forze con un impeto di coraggio, si alzò lentamente senza fare rumore e si diresse verso la cucina. Pensò che fosse il caso di dotarsi di una qualche arma per affrontare il malvivente. Qualunque arma.

Entrò in punta di piedi con un orecchio sempre teso verso eventuali rumori che sarebbero potuti provenire dal piano di sopra, c’era poco tempo, doveva agire in fretta. Aprì lo sportello in cui erano contenuti tutti gli attrezzi da cucina. Quasi alla cieca recuperò un martello.

“Cosa ci fa in cucina questa roba?” pensò. Lo afferrò a due mani e vibrò due colpi nel vuoto… no, quell’arnese era troppo pesante e sbilanciato. Cercò ancora e trovò qualcosa di pesante, lungo e tondeggiante: un mattarello per la pasta. No, non avrebbe potuto infliggere un grave danno maneggiando quella roba, ci voleva qualcosa di affilato e molto più pericoloso. Sul fondo della credenza trovò una lama. Ecco! Era quello che ci voleva. La estrasse e scoprì che era il coltello elettrico. Poteva andare bene ma… troppo complicata come arma, e se si fosse scaricata la batteria proprio durante lo scontro? I fari di un’auto in strada illuminarono per un istante la cucina, un luccichio proveniente dalla parete attirò l’attenzione di M..

Ma certo! Perché non ci aveva pensato prima? Appesa ad un’elegante struttura in legno lavorato vi era la sciabola da champagne, un regalo del presidente dell’azienda in occasione del ventesimo anno di servizio. Era una bellissima sciabola in acciaio con la punta ricurva, un’elsa decorata da intarsi e pietre preziose, la guardia molto pronunciata che avvolgeva la mano diede a M. un senso di protezione e sicurezza. Era lo strumento perfetto.

Uscì di soppiatto dalla cucina, spalle al muro, attraversò la sala senza fare il minimo rumore, si nascose dietro ogni porta e ogni pianta che trovava sul suo percorso. Salì le scale accucciato come se il ladro fosse lui. Giunse al corridoio che divideva le stanze da letto e terminava con la porta del bagno. Proprio da quella porta proveniva una luce che filtrava dalle fessure e creava una cornice bianca nell’oscurità. L’uomo era lì dentro. M. si preparò all’assalto, avrebbe atteso che la porta si fosse aperta per scagliarsi con tutta la sua forza brandendo la sciabola e allora sì che l’intruso non avrebbe più avuto scampo!

Dentro al bagno si sentiva l’acqua scorrere, il ladro si stava pure lavando le mani, se la prendeva comoda, il farabutto. “Ora gliela faccio vedere io”  pensò M. sempre più teso. Stava accucciato dietro una rientranza del muro, protetto dalla vista dell’intruso quando sarebbe uscito. Pronto a scattare al momento giusto “gli faccio passare la voglia di entrare nelle case degli altri”, pensava.

Il rumore dell’acqua cessò. Era il segnale che lo scontro si stava avvicinando. M. si contrasse, cercò di contenere il tremore alle gambe e si fece forza accarezzando la lama della sciabola. La maniglia della porta si abbassò leggermente con un sinistro cigolio. “Uccido il ladro e per festeggiare compro una maniglia nuova che non cigola” pensò M..

La porta si mosse, lentamente lasciò passare un triangolo di luce che illuminò il pavimento antistante, sulla soglia comparve una sagoma nera. Era lui!

“Ora!” M. partì alla carica brandendo la sua lama, fece qualche passo e allargò il braccio che portava la spada per vibrare il fendente che avrebbe liberato la sua casa dall’invasore e salvato la sua famiglia. Il movimento fu brusco, carico di forza, la sciabola urtò il muro e il contraccolpo la fece cadere, carambolò fra i piedi di M. ancora in corsa che finì con un tonfo lungo e disteso ai piedi di quell’uomo. M. non riuscì a realizzare cosa fosse accaduto finché una voce non lo chiamò: «Papà?» disse la sagoma ancora illuminata dalla luce del bagno alle sue spalle. M. alzò lo sguardo, con gli occhi ancora abbagliati scorse il viso di… una donna.

«Chi… chi sei?» chiese con un filo di voce e la certezza di essere stato sconfitto dal ladro, di essere ai suoi piedi e ormai in balia della probabile aggressione che avrebbe subito.

«Papà… sono io… tua figlia… ma ora non ne sono mica più tanto sicura.»

La porta della camera si aprì con violenza. Ne uscì una donna in pigiama che urlò spaventata rivolta alla figlia «F.! Stai bene?»

«Sì, mamma, tutto a posto.»

La madre si rivolse ad M., ancora steso a terra e che ancora non aveva realizzato la situazione in cui si trovava «Ma cosa stai facendo?» chiese quasi disgustata.

«Io… c’era un ladro… un’ombra… credevo…» balbettò M. girandosi a pancia in su.

«Lei? Ti sembra un ladro?» disse la madre indicando la figlia.

«Ma lei… è così… grande!»

«Certo che è grande. Se solo ti fossi preoccupato di guardarla ogni tanto, te ne saresti accorto, imbecille.»

La figlia si chinò sul padre, gli tese una mano per aiutarlo a tirarsi su e gli disse «Papà, lo sai che la sciabola da champagne non è affilata, vero?»



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