Cazzate

Pattinaggio sul ghiaccio

In piazza qui vicino hanno installato una pista da pattinaggio sul ghiaccio. È una buona occasione per portare la pargola a pascolare, farla stancare e ritrovarmela addormentata sul divano alle 9 di sera. Perfetto, non posso chiedere di meglio.

Mi preparo psicologicamente al mio ingresso sul ghiaccio. Riaffiorano nella mente anni trascorsi battagliando sul PC in partite all’ultimo sangue di NHL Hockey. Forse lanciare il mio attaccante sul lato del rink e fargli mettere il disco indietro per il centrale che arriva in corsa non è un’idea che mi sarà utile. Vedremo.

Mi guardo gli highlights della finale mondali di pattinaggio artistico, ripasso qualche figura. Non mi metterò mai quel gonnellino, però sembra tutto abbastanza facile. Non posso sfigurare.

Ripercorro la leggendaria medaglia d’oro di Bradbury e lo immagino al mio fianco che mi dice “l’importante è non cadere”.

Ore 13.49 siamo davanti all’ingresso della pista. Apertura prevista ore 14.00.
Per un qualche motivo il cancelletto di legno si apre solo alle 14.50.
Per qualche motivo alla cassa hanno piazzato una signora che brancola nel buio in balia di regole, fogli e tessere.
Per qualche motivo bisogna firmare carte nemmeno fosse un ricovero in ospedale e solo dopo venti minuti riesco a far capire alla signora che se ci dà quelle due penne laggiù in fondo, possiamo metterci in 3 a sbrigare le pratiche e la fila scorrerrebbe un po’ più velocemente.

Indosso i miei pattini. Non sembrano quelli che indossa Plushenko, forse dovrò abbandonare tutti miei sogni di gloria e tutti i video su cui mi sono documentato saranno stati inutili.
Colpa dei pattini scarsi.

Lancio la pargola sul ghiaccio, lei si stabilizza e procede verso la balaustra. Se la caverà. Ne sono sicuro.
Appoggio una lama sulla superficie della pista. Il pattino scivola in avanti e recupero la gamba solo aggrappandomi al cancelletto.
Su questo ghiaccio si scivola davvero.

Il tutorial sul pattinaggio me lo sono già dimenticato, mi è solo rimasto impresso il doppio Axel e la partenza del Lutz. Sto cercando di rimanere in piedi, magari ai salti sarebbe bene pensarci dopo.

C’è una bambina che avrà non più di 5 anni che curva in derapata a pochi centimetri da me, solleva nuvole di ghiaccio che mi avvolgono nell’umidità.
La rivedo dall’altro lato della pista che volteggia beffarda.
Te la farò pagare.

Avanzo con la mossa della papera, destro sinistro destro sinistro. Sembra di andare su dei roller che decidono loro dove andare. Uno va avanti, l’altro vola all’indietro. Abbasso il baricenttro, adesso sono alto come la bambina di 5 anni. Mantengo l’equilibro e riesco a completare due giri di pista.

La bambina di prima mi sorpassa e ogni volta solleva un nuvola di ghiaccio che mi inzuppa da capo a piedi.
Sta per arrivare il tuo incubo, dagli solo il tempo di imparare come si sta in piedi su questi cosi.

Intanto la bambina che ho portato sulla pista e di cui, pare, io abbia potestà genitoriale continua a scivolare sulla schiena e a sbattere contro la balaustra come una pallina da flipper. Si sta fortificando, le farà bene al carattere e se la caverà da sola. Io ho una battaglia molto più importante da combattere.

Un ragazzino mi taglia la strada, in quei pochi centesimi di secondo il mio istinto di ex praticante di krav maga carica una spallata e lo manda sdraiato a terra. Non posso fermarmi per le scuse, gliele faccio mentre mi allontano in balia della forza di inerzia.

Sono ancora in piedi. Posso sferrare l’assalto alla bambina stronza. La rincorro, lei scatta lungo il lato corto della pista, evita due deficienti che si tengono a braccetto e vanno contromano, la imito, svernicio la balaustra e ormai le sono in scia. Due zampate delle mie sono come dieci delle sue.
Ti distruggo piccola stronza.

Sfreccio davanti a mia figlia incagliata con un piede bloccato fra due travi di legno. Non posso aiutarti, non ora, sarai una donna forte, devi cavartela da sola.
La bambina prende velocità, saluta la mamma, si tira su con la schiena e il suo pattino destro compie un movimento innaturale. Si contorce, gira, il ghiaccio schizza in tutte le direzioni.
Non ho ancora imparato a frenare, passo oltre e mi affretto per finire il giro e tornare lì.

Ritrovo la bambina ancora per terra, col culo sul ghiaccio. Per l’occasione ho anche imparato a frenare e mi fermo a un metro da lei. La guardo dall’alto in basso. Arranca per sollevarsi, la sua mamma la incoraggia ad alzarsi, io mi appoggio alla balaustra e fingo indifferenza. Lei si mette sulle ginocchia, io parto a tutta velocità, la punto e non appena mi trovo a mezzo metro cambio direzione impiantando la lama sulla superficie della pista. Una nuvola di ghiaccio si solleva e la ricopre, piccola stronza che non sei altro, così impari a sfidare il Gatto delle Nevi del pattinaggio artistico.

Mi giro per ammirare la mia opera di bullismo. Il pattino sinistro cede. Finisco pancia terra e scivolo per tutto il lato lungo della pista fino al cancelletto di ingresso.
Mia figlia ancora in terra incagliata fra le travi scoppia a ridere in preda a crisi isteriche sintomo di una sindrome da abbandono. Io mi rialzo, mi ricompongo e la guardo severo.

“Sono finiti i 45 minuti. È ora di tornare a casa”

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