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Quando un pallone se ne va

Mettiamo caso che un tizio qualunque (io, per esempio), in giro per una piazza di una città qualunque di un qualunque paese del mondo con uno zainetto verde fosforescente, scarpe da trekking, mappa in una mano e nell’altra una qualunque roba da mangiare tipica del posto (cioè il tipico turista straniero da derubare appena gira l’angolo) stia parlottando mentre esamina la mappa alla ricerca di qualcosa da vedere ma che non sia faticoso da raggiungere o eccessivamente acculturato. Si accontenterebbe anche di una fontana, non serve altro.

Mettiamo che in questa piazza ci siano degli esseri molto bassi e giovani che si dilettano nel giuoco del pallone.

Mettiamo che non ci siano forze dell’ordine a impedire questa fastidiosa quanto pericolosa pratica.

Mettiamo che, come sempre accade, fra i bambini ci siano dei cosiddetti “scarponi” o “pseudo campioni” che si improvvisano giocolieri e tentano numeri di alta scuola senza averne le capacità.

Con queste premesse, il turista di cui sopra (sempre io), si troverà esattamente nella traiettoria della palla scagliata con precisa casualità verso di lui e il dolcetto tipico locale fra i denti.

Solo un turista italiano sarà abbastanza svelto da togliersi il dolcetto dalla bocca, posizionarsi, allargare le braccia, caricare la spinta, stoppare di petto senza curarsi della pulizia della propria maglietta che dovrà indossare per almeno altre dieci ore e restituire il pallone con un piattone di controbalzo a girare direttamente sulla testa del bambino appostato sul secondo palo.

È così che si riconosce il vero turista italiano all’estero.

…purché non si trovi in Nuova Zelanda.



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