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Un italiano in Vietnam e la sua partita di calcio

Mi ritrovo in Vietnam per lavoro, così mi dicono, e dopo aver agganciato un cliente promettente non accenno a mollarlo. Mi dice qualcosa in vietnamita, non capisco e rispondo “Mgngmgng” perché gli sto mordendo un polpaccio per non farmelo scappare.

Finisco alla convention aziendale in cui sono presenti tutti i suoi 100 dipendenti pronti per una due giorni di “team building”. Conosco questo cliente da poche ore e sono già sull’autobus con la maglietta “siamo una famiglia”.

Sulla spiaggia di Phan Thiet do il mio contributo nella corsa con i sacchi, mentre nulla posso nella staffetta con i salti sulla palla di gomma. Non capisco chi vince, non capisco cosa stanno dicendo. Ogni tanto mi chiamano e io saluto tutti con due mani al cielo. Qui pare che solo in tre parlino inglese. Uno sono io.

La temperatura su abbassa e si passa dai 40 gradi ai ben più gradevoli… 36 delle 6 di sera. Spunta fuori dal nulla un pallone. Drizzo le orecchie come un cagnolino ansioso di giocare. Compaiono delle casacche. Saltello e scodinzolo.

Uno dei due che parla inglese mi chiede se voglio giocare. Mi cerca con lo sguardo per un risposta, non mi trova, si gira e io sono già sulla battigia che gli faccio cenno di cominciare. Mi dice di aspettare, prima bisogna fare le porte e le squadre. Mi lancia un casacca arancione. Sono pronto.

Gli altri mi fanno dei gesti, sembrano dirmi di uscire. Mi arriva in inglese la frase “entri dopo”. Cosa?! Mi mettete in panchina? Ma voi siete pazzi.

Scalpito a bordo campo, scalcio via qualche paguro. Andiamo male caro Vietnam. In testa ho solo la cavalcata delle valchirie e comincio a sentire odore di napalm. Forse è colpa dei peperoncini della sera prima.

Studio la mia squadra. C’è uno sopra la media per velocità e tecnica. Ecco il mio uomo. Il calcio è una lingua universale, non sarà un problema intendersi, abbiamo la vittoria in tasca… se solo mi facessero entrare.
Dopo 5 minuti uno spilungone di 1.90 per 50kg esce stremato e si accascia a terra. Cazzo, lui era l’unico che parlava inglese nella mia squadra.

Entro. “Ora ve la faccio pagare per avermi messo in panchina, Charlie“.

Mi piazzo a centrocampo, nel cuore della battaglia, centrocampista box-to-box a dettare i tempi e con licenza di sfondare le linee nemiche. Siamo schierati con una specie di 3-1-2, il mio uomo sta sulla sinistra. Bene.

Primo pallone. Stop, alzo la testa, il mio uomo scatta, lo libero con un tunnel sul terzino. Tiro fuori di poco. Good morning Vietnam. Lasciavate questo gioiellino in panchina?

Tento di spiegare la sovrapposizione e la diagonale al mio terzino sinistro, uno che sembra avere una vaga idea del gioco a cui stiamo giocando. Non è facile perché le uniche parole che ho imparato in questi due giorni sono “gira a destra”, “gira a sinistra” e “uno, due, tre, salute!”.
Forse capisce. Indica un frigo da campeggio poco distante in cui ci sono delle birre. No, non ha capito.

Il terzino destro latita. Lo trovo in avanti, poi in acqua, scompare e riappare dietro il palo della porta. Mi sdoppio per contenere l’ala sinistra avversaria, carico i polmoni e mi sacrifico per la causa. Recupero una palla vagante e lancio sulla destra. Non c’è il mio terzino in percussione, c’è un difensore che sbaglia lo stop, il pallone rimbalza e finisce in qualche modo al mio uomo: 1 a 0. Eccolo qui il vostro Beckenbauer.

Mi stabilisco a destra, esterno alla Cafu. Tanto dei miei da questa parte non c’è nessuno. Il terzino continuo a non trovarlo. Eppure un attimo fa era qui…
Sforno cross e incursioni, ma il mio uomo gioca da solo e non riesco a fargli capire che insieme potremmo essere una coppia alla Garrincha-Pelé.

Prendiamo due contropiedi sulla destra. Cerco alle mie spalle il terzino, che da qualche parte sarà pur finito, per fargli una ramanzina. Niente, non lo trovo: 2 a 1.

I figli del capo, gemelli quindicenni, fanno soffrire i miei imbolsiti compagni. Mi impegno nel loro contenimento finché il fiato regge. Poi un carretto dei gelati compare nel mezzo del campo, gli tiro una pallonata per fargli capire che deve andarsene. Uno dei gemelli si accascia al suolo colpito da un pallone allo stomaco. Il carretto dei gelati invece è scomparso.
Entra il padre. Un atletico 45enne che la sera prima mi ha firmato un contratto da 150000€ .
Tocca un pallone e centra l’angolino: 3 a 1. Dalla nostra destra.
Dove cazzo è il terzino?

Mossa a sorpresa: mi butto centravanti a supporto del mio uomo. Adesso siamo in un 3-0-3 e giochiamo di lanci lunghi. Spizzo di testa, tengo palla, invito a lanciarmi. Mi getto in velocità su una palla lunga, scivolata d’anticipo, l’altro gracile gemello vola a cinque metri di distanza.
Recupero un pallone vagante, trovo il mio uomo nelle larghe maglie della difesa: 3 a 2.

È il momento di dare tutto. Tutti sono stanchi, io non vedo la palla, ma continuo a battermi. Finalmente trovo il terzino destro, lo servo per una sovrapposizione e lui per tutta risposta si accascia a terra ansimante.
Il mio uomo compare dal nulla, prende palla, gli si spalanca un’autostrada davanti: 3 a 3. L’abbiamo ripresa.

“Chi fa questo ha vinto” è la frase che scatena la mia ira funesta. Faccio a sportellate, ormai sono saltati gli schemi, ammesso che ce ne fossero prima. Spizzo palloni, rincorro, i miei tiri vengono murati. Ma da dove cazzo salta fuori questo novello Nesta?

Il 45 enne si invola sulla sinistra, il mio terzino destro ancora una volta è misteriosamente scomparso. Tiro, gol. È finita.

Mi sdraio a terra, viso nella sabbia. Tutti ridono felici. Afferro una stella marina e la lancio in mare con un gesto di stizza. Il mio uomo mi viene incontro, mi dà la mano per alzarmi.
“Bella partita”, mi dice in perfetto inglese.
“Scusa ma… parli inglese?”
“Sono il responsabile per la vendite negli Stati Uniti”
“Io ti ammazzo”, gli dico in italiano.
“Sei bravo… corri davvero tanto”
“Io ti corro dietro e ti piglio a calci”, insisto in italiano.
“Ah ah, non ho capito”
Penso al contratto firmato poche ore fa. “Tutto ok, bella partita. Thank you

Mi ferma una tipa che ha assistito a tutta la partita da bordocampo, si fa scattare una foto con me imbronciato.
“Thanks”
“Parli inglese?”
“Certo”
Ma allora cosa sei stata a fare qui tutta la partita, potevi aiutarmi, no?
Mi chiede il numero di telefono e se ho impegni per la serata.

Mi allontano borbottando.
Fanculo, potevamo vincere, stronza!



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